#42. (psicosomatico)

quando il corpo scricchiola (e immagina poter sentire bene, amplificati, magari in cuffia, i suoni dal tuo interno) di dolori più o meno piccoli – che a volte spaventano ma di solito no –, penso sempre che la testa è del corpo: il pensiero è fisico: elettricità neuroni sinapsi. il pensiero è corpo. e il corpo (mio?) si trova compresso, (s)premuto, affondato in questa nervosa pianura agricolo-industriale: l’aria che respiro è tossica, la retorica che sento sull’eccezionalità, sul produttivismo asfaltatore e plastificatore è tossica (quante volte ancora fango e fiumi devono tirare giù tutto?), il lavoro e il suo ambiente sono un tossico inseguire mode tecnologiche con un entusiasmo che sarebbe stato mal riposto già vent’anni fa, mentre si parla una lingua di plastica, che ci distanzia dal reale. il mio corpo fatto di pensiero organi liquidi battiti ossa nervi segna vecchi e nuovi punti di cedimento (che da anni mi lasciavano in pace): mi parla. l’intestino dolora e sanguina, la gola s’implacca e sale la febbre. mi dice, il corpo: invecchio (lo so: accetto tutto). mi dice, ancora (a volte, non sorprendentemente, attraverso la voce di un amico che si fa traduttore empatico del mio sentire, quando ci giro intorno): “spostati da lì, qualsiasi cosa sia lì”. sotto l’ennesimo giro di antibiotico, intontito dalla febbre, continuo a provarle tutte, consapevole, per spostarmi da questo lì che mi ammala il corpopensiero.