una forma di paralisi. meglio: di inerzia. la tendenza del mio corpo a non modificare il suo stato di quiete o di moto: l’esaurirsi di un correre, di un fare a tratti affannato, che lo muove mi muove da anni ormai (“e tu lo sai”), che quando manca la tensione alla destinazione il muoversi resta senza propulsione, ma non s’arresta: alterna avanzare e cedere, incespica su ostacoli stocastici, arranca avanti ma ciondola, slatera, balbetta, guarda attonito lo schermo senza caderci dentro, rimbalza su superfici accidentate di vita, sbigottisce, come se lo squarcio di primavera che spacca i cieli padani di febbraio di sole e di vento fosse specchio su un’esistenza non mia. restano i suoni: lontani – anche se pulsano in cuffie che tengono a bada il mondo: pensiero di fuga da questo rallentare penultimo che offusca il presente e il futuro che non c’è. ma il mio inerziarmi è sempre relativo: al mio punto di osservazione strabico, al sistema-(micro)mondo di cui sono parte mio malgrado, al mio desiderare plurimo. assecondo l’inesaurirsi del moto perché, in fondo: ho solo sonno.